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I grandi ritorni della moda: le spalline

Chi si rivede! Le spalline imbottite!

Sono tornate, inutile dire. Credevamo di averle rinchiuse nel baule dei ricordi-moda anni Ottanta, invece sono di nuovo tra noi. Come mai?

Le spalline hanno una storia che, guarda caso, ha un senso preciso nell’immaginario collettivo, che non proviene dal mondo femminile. Le spalline imbottite provengono dal mondo della guerra: furono originariamente introdotte come protezione militare nelle divise del XVIII secolo ( non imbottite, il termine può indicare anche le lingue sbottonabili di tessuto che sovrastano le spalle delle giacche militari, con il grado gerarchico del possessore).

Nella moda femminile di massa le spalline entrarono nei Primi anni Quaranta, guarda caso in tempi di guerra. La silhouette femminile degli anni 40, era caratterizzata da camicie e giacche con le spalline imbottite, una vita marcata e l’uso delle tasche che consentivano di trasportare documenti e denaro. A controbilanciare, c’erano le scarpe alte con suola a zeppa o tacchi cuneiformi in legno o sughero. Rappresentavano il modo delle donne di allinearsi ai soldati in combattimento. Con poco, e a larga diffusione di massa. Ma già negli anni Trenta le spalline imbottite avevano fatto la loro comparsa : nel mondo dell’alta moda, nelle linee disegnate da Coco Chanel ed Elsa Schiaparelli. E nell’uso assolutamente provocatorio che ne fece una diva del cinema: Marlène Dietrich.

Addirittura scandalizzò l’opinione pubblica presentandosi sullo schermo in smoking, tutto spigoli e niente curve, Nei suoi film compare spesso vestita da uomo: per esempio da capitano di marina, in bianco, con giacca dalle spalle dritte e imbottite, puntute in maniera inequivocabile e a tutto discapito delle morbidezze del seno o dei fianchi. Marlène Dietrich rappresentava l’immagine - culmine di quella scalata al potere da parte delle donne che già fin dai primi del‘900 si era incarnato nel movimento delle suffraggette: a tale scopo molto lavorò, dal punto di vista “immagine” Coco Chanel, la quale insegnava alle donne la liberazione dal corsetto, dal busto, persino dal reggiseno e disegnava casacche, giacche e gonne sempre più ispirate alla semplicità e alla funzionalità della moda maschile ( pare che la

forma della classica giacca Chanel si debba a un modello maschile visto sui lavoratori di un albergo di villeggiatura). Senza fronzoli: spigoli, e non curve. Il cinema si appropriò subito della tendenza e, a parte Marlène Dietrich, nei film d’epoca compaiono splendide immagini di donne abbigliate da sera con spalle puntutissime e sex-appeal da vendere, come Rita Hayworth o Hedy Lamarr, bellissima e indimenticabile nel film “Le follie di Ziegfeld” ( tra l’altro, l’attrice fu scienziata e inventrice del primissimo sistema Wi–Fi).


Dopo la guerra lo stile cambiò, i bisogni anche e per un po’ vinse la moda morbida e affusolata delle curvilinee e femminilissime Sofia Loren, Liz Taylor, Marilyn Monroe, ma quella anche vagamente “college” di Audrey Hepburn e Grace Kelly.

Quando scoppiò il Sessantotto il femminismo era pronto per esplodere: e furono La festa della donna, Le marce delle donne, Le mimose, la rivendicazione dei diritti femminili….. Di nuovo le donne si sentivano discriminate e sottovalutate. Fu un fenomeno di massa, ma anche di élites: per esempio, negli uffici, nelle direzioni dei giornali e delle imprese, nei posti che contano… E giunse il momento del “Power Dressing”, ovvero abito del potere. Il

termine deriva da “ Dress for Success” , libro del 1975 scritto da John Y. Molloy, il quale consigliava posture e proporzioni e piccoli trucchi per possedere l’incedere e il carattere di chi comanda. Nella fattispecie della Top Manager, ossia della donna che aspirasse a diventare tale. Dopo Molloy, Giorgio Armani, Gianni Versace, Thierry Mugler (che fece del tailleur un’iperbole teatrale di spigoli e punte) e tanti altri rivoluzionarono, ciascuno in modo diverso, l’estetica di un’intera epoca.

E furono gli anni Ottanta. E furono Naomi Campbell, Claudia Schiffer, Cindy Crowford, e infinite altre bellissime modelle e attrici a proporci, in sfilate trionfanti di luci e colori, abiti maschili ( celebre la “giacca” di Armani ) di allusivo androgino sensuale rigore, o abiti femminilissimi, di sgargianti e caleidoscopici colori, magari fatti di stoffe eteree come impalpabili sete e chiffon, tutti sostenuti da perfette sagomate spalline imbottite ( ricordate la spallina modello “Valentino”?) Quasi tutte estraibili grazie al gioco del velcro che le

fissava o toglieva a piacere da sotto la stoffa delle spalle.

Tutte noi ci vestimmo con le spalline, di infiniti modelli: c’erano quelle che stavano bene sotto i golfini, altre ridotte a una suggestiva mezzaluna che ben sostenevano le maniche delle camicette…. Nel 1989 il film “Una donna in carriera” con Melanie Griffiths segnò l’apoteosi del power dressing con le spalle orgogliosamente alte e dritte…

E poi gli anni ’90 cancellarono tutto l’edonismo di quel vestirsi divertente e scelsero il minimal: taglio di capelli corto, cappotti lunghi alla caviglia, scarpe da uomo, colori neutri… guarda caso, dopo tanto tempo,, da due anni a questa parte, piano piano le spalline imbottite riaffiorano. Tremate!Tremate! Le streghe

son tornate! Ancora power dressing…. Per esempio: quando adeguerete le retribuzioni delle donne a quelle dei maschi, da sempre superiori? Tanto per dirne una……


E allora! Spalline, spalline, spalline, come se piovesse! Ornite

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